Racconto inedito 2° puntata
Per tre giorni cercai risposte. Passai in rassegna tutte le possibilità compatibili con l’uomo che pensavo di conoscere. Forse aveva bisogno di stare solo. Forse era arrabbiato. Forse attraversava un momento difficile. Forse doveva capire qualcosa di sé, di me, di noi. Più passavano le ore, più le spiegazioni diventavano elaborate. A un certo punto credo di aver preso seriamente in considerazione anche un’amnesia improvvisa o un rapimento alieno.
Gli alieni, col senno di poi, sarebbero stati preferibili.
Perché la spiegazione era molto più semplice e, soprattutto, non richiedeva l’intervento di civiltà extraterrestri.
Lui stava benissimo.
Era vivo.
Non aveva perso la memoria, non era stato ricoverato, non si era ritirato in un convento per interrogarsi sul senso della vita.
Se la stava spassando con un’altra.
Quando lo scoprii, la prima sensazione non fu neppure il dolore. Fu una specie di stupore. Quasi ammirazione per la banalità della risposta dopo la complessità delle domande che mi ero posta. Io avevo trascorso tre giorni a ripercorrere sette anni di vita insieme, a interrogarmi sui sentimenti, sulle crisi di coppia, sulla natura dell’amore e persino sulle possibili emergenze sanitarie. Lui aveva trovato una soluzione decisamente meno filosofica.
Un’altra. Tutto qui.
Mi venne in mente quella vecchia storia dell’uomo che dice: «Vado a comprare le sigarette» e tornò trent’anni dopo. La mia versione era persino più classica: mancavano soltanto le sigarette.
Solo che, quando tornò, trovò una piccola variazione rispetto al programma: la porta era chiusa.
E la sua roba non era più dentro casa.
Era nella spazzatura. Tutta.
Non fu una decisione particolarmente meditata, né il risultato di un lungo percorso di consapevolezza. Non accesi candele, non ascoltai musica per ritrovare me stessa e non scrissi su un quaderno i pro e i contro di sette anni di convivenza. Avevo scoperto che se la spassava con un’altra e, improvvisamente, la situazione mi era sembrata di una semplicità disarmante.
Lui aveva fatto la sua scelta.
Io feci la mia.
Devo ammettere che buttare sette anni di vita nella spazzatura richiese molto meno tempo di quanto avrei immaginato. Soprattutto perché, tecnicamente, nella spazzatura finirono soltanto le sue cose. I sette anni rimasero dove dovevano stare: nel passato.
Quando si presentò davanti alla porta, probabilmente si aspettava una discussione, una spiegazione, forse persino una seconda possibilità. Non lo so.
So soltanto che trovò una serratura che non aveva alcuna intenzione di collaborare e i suoi effetti personali che avevano già intrapreso una nuova fase della loro esistenza.
Vicino ai cassonetti.
Hai perso l’inizio? Leggi la prima puntata di “Tre giorni e sette anni”
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