Racconto inedito — Prima puntata
Sulla scrivania tutto è in ordine, naturalmente secondo il mio personalissimo concetto di ordine, che lascia alquanto a desiderare: fogli sparsi, atti da controllare, programmazione da rivedere e il capo che spinge per quel progetto fortemente voluto da me. Tra parentesi, continuo a compiacermene: effettivamente era un’ottima idea.
Con gesti automatici e quotidiani mi barcameno tra quello che c’è da fare, sposto carte, apro cartelle, controllo date, rispondo a domande e cerco persino di assumere un’espressione vagamente professionale. Ma niente, in questo momento, mi appartiene davvero. I pensieri sono altrove.
Tre giorni di silenzio completo. Non era mai successo. Nessuna telefonata, nessuna e-mail, nessun messaggio o quant’altro possa darmi un cenno di vita. Ma è ancora vivo? Credo di sì, fosse solo per il fatto che abitiamo nella stessa casa e quindi, immagino, qualsiasi notizia catastrofica mi sarebbe in qualche modo arrivata. O no?
Non è da lui sparire così. O almeno non è dalla persona che credo sia il mio compagno. Sette anni di convivenza non sono pochi: in un periodo così lungo impari tanto dell’altro e dall’altro. Conosci le abitudini, i silenzi, gli sguardi, persino il modo in cui appoggia le chiavi quando rientra a casa e capisci, senza bisogno di fare domande, se sia il caso di parlare o di rimandare prudentemente a tempi migliori.
Che mi ami, poi, è fuori dubbio. Ho tanti episodi a conferma di ciò e uno, soprattutto, mi torna continuamente alla mente mentre fingo di lavorare.
Era il 3 giugno del 2002, una data che difficilmente potrei dimenticare. Quella mattina sapevo che alzarmi dal letto sarebbe stata un’impresa. Da giorni quell’iniziale fastidio alla pancia si era trasformato in un peso insopportabile e nel mio ventre sembrava si stesse combattendo una battaglia all’ultimo sangue. La sensazione era che qualcosa di estraneo si fosse insinuato tra le mie viscere e avesse deciso di stabilirvisi definitivamente.
Avevo anche la febbre, ma naturalmente sarei dovuta andare a lavorare. C’era un progetto importante in scadenza e quello era l’ultimo giorno utile per presentarlo. Senso del dovere? Stakanovismo? Incoscienza? Ancora oggi non saprei dirlo. So soltanto che quel progetto mi era costato mesi di lavoro, energia e tempo e non avevo alcuna intenzione di permettere a un dettaglio insignificante come una possibile catastrofe addominale di mandare tutto all’aria.
Misurai la febbre, presi appuntamento con il mio capo e lo avvertii che sarei andata soltanto per sbrigare l’indispensabile. L’appuntamento con il medico era già fissato per il giorno seguente e quindi, nella mia logica, il problema era perfettamente sotto controllo.
Il mio organismo, evidentemente, non era dello stesso parere.
Verso mezzogiorno, appena rientrata a casa, cominciarono fitte lancinanti, dolori insopportabili e la febbre arrivò a quarantuno. A quel punto fui costretta a prendere in considerazione la situazione sotto un altro aspetto e giunsi, con ammirevole lucidità, a una decisione saggia: forse una “capatina” al pronto soccorso non sarebbe stata del tutto da escludere.
Il pronto soccorso distava una ventina di chilometri. Alla guida si mise mia sorella; dietro salirono lui e mia nipote, mentre io fui sistemata sul sedile del passeggero completamente reclinato, delirante e inebetita. Per evitare che sobbalzassi troppo nelle curve, il mio compagno cercava di tenermi ferma abbracciandomi da dietro. Un gesto tenerissimo, se non fosse stato per un piccolo inconveniente: a ogni curva le dita della sua mano finivano inevitabilmente nel mio occhio.
«Amore… le dita…»
«Sì, tesoro, non preoccuparti, ti tengo io.»
«Sì… ma non per l’occhio.»
«Tranquilla, amore.»
«Le dita… nell’occhio…»
A quel punto si rivolse preoccupato a mia sorella: «Poverina, delira. Non sa quello che dice.»
Raccolsi tutte le forze che mi rimanevano: «So benissimo quello che dico! Levami le dita dagli occhi!»
Probabilmente fu quello il momento in cui ebbero la certezza che, almeno neurologicamente, ero ancora presente. Poco dopo, però, per una manciata di secondi — o forse qualcosa in più — smisi di rispondere alle loro continue domande e il panico s’impossessò di tutti e tre. Decisero allora di mettere in atto un vero piano d’emergenza: clacson a spaccatimpani e fazzoletto bianco dal finestrino.
Il problema era trovare il fazzoletto bianco.
Cerca che ti ricerca, dal cruscotto saltò fuori una di quelle tute bianche usa e getta che normalmente nessuno indossa quando deve davvero cambiare una ruota, ma che evidentemente la Provvidenza aveva fatto sistemare lì in previsione di quella giornata. Mia nipote si sporse praticamente con mezzo busto fuori dal finestrino sventolando la nostra improvvisata bandiera bianca, mia sorella si attaccò al clacson e il mio compagno continuò a tenermi stretta, possibilmente sempre con qualche dito nei miei occhi.
Peccato che avessimo dimenticato un particolare: era il 3 giugno 2002, c’erano i Mondiali e l’Italia aveva appena battuto l’Ecuador due a zero.
Finimmo in pieno carosello.
Noi suonavamo disperatamente il clacson, mia nipote sventolava la tuta bianca e dalle automobili intorno ci rispondevano entusiasti: «FORZA ITALIA!»
«Dobbiamo andare all’ospedale!»
«ITALIAAAA!»
«È UN’EMERGENZA!»
«ABBIAMO VINTOOOO!»
Conclusione: un’ora e tre quarti per percorrere venti chilometri.
Quando finalmente arrivammo in ospedale c’era ad aspettarci un medico amico. Immediatamente flebo, antidolorifici, antipiretici e tutti gli altri “anti” disponibili in medicina; poi partirono le indagini a tappeto: sangue, urine, radiografie, ecografia. Mi risparmiarono soltanto la TAC, rimandandola misericordiosamente al giorno successivo.
Alla fine arrivò una prima diagnosi: una massa di circa venti centimetri localizzata tra utero, intestino, reni e vescica, che comprimeva e comprometteva gli organi circostanti.
La definirono una “massa sospetta”.
Quella parola mi lasciò perplessa. Sospetta di cosa? Era lì, venti centimetri di roba ben visibile. Più che sospetta mi sembrava colta in flagranza di reato.
Nel giro di poche ore, grazie a una sorta di tam tam messo in moto soprattutto da lui, cominciarono ad arrivare tutti. Mio figlio per primo con la ragazza, poi il capo, i colleghi, gli amici. A un certo punto mancava soltanto che dessero la notizia al telegiornale regionale. La faccenda iniziò a preoccuparmi seriamente quando tutti, indistintamente, cominciarono a dirmi: «Ma dai, stai tranquilla… vedrai che te la caverai… tu sei forte», per poi precipitarsi fuori dalla stanza con il fazzoletto in mano.
Ma vuoi vedere che sono grave davvero?
E lui era sempre lì. Andava avanti e indietro, parlava con i medici, con mio figlio, con mia sorella, con gli amici. Con la coda dell’occhio lo vedevo appartarsi, soffiarsi il naso, asciugarsi le lacrime e poi tornare vicino al mio letto con un sorriso costruito apposta per me. Mi accarezzava, mi chiedeva come stessi, cercava di farmi ridere e poi usciva di nuovo perché non voleva che lo vedessi piangere.
Quella fu una delle volte in cui credetti davvero, profondamente, nel suo amore. Non perché me lo dicesse, ma perché lo vedevo. Era nella paura che aveva di perdermi, in quel continuo andare e venire, nel tentativo maldestro di proteggermi persino dalla sua angoscia.
E allora, sette anni dopo, seduta davanti a quella scrivania, una domanda continuava a girarmi nella testa: se mi ama così, perché è sparito? (…)
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